Restare lontano dalla propria Terra, dalle proprie origini, dai propri confini. Quando si lascia la propria comfort zone non è mai un piacere assoluto. È più simile a un’estrazione dentale fatta senza troppa anestesia: sai che serve a togliere l’infezione, ma il dolore ti ricorda che sei ancora vivo.
Vi siete mai chiesti come facciano gli esseri umani a impacchettare decenni di traumi, sogni infranti e poster sbiaditi in pochi scatoloni di cartone? È un miracolo della logistica o solo una forma di rimozione collettiva? Ci chiediamo: “come si fa a lasciare la propria casa, i luoghi d’infanzia, quegli spazi sicuri che ci hanno sempre fatto pensare a casa?”. La risposta è semplice e brutale: ci convinciamo che altrove saremo migliori, mentre stiamo solo portando il nostro disordine mentale in un’altra stanza.
Raggiungere luoghi lontani, posti sconosciuti, ambienti completamente diversi. È un po’ come cambiare sistema operativo al proprio cervello. Solo che il software è vecchio e l’hardware è già ammaccato.
Sembrava non avrei mai potuto lasciare la dimora dei miei genitori, eppure è successo. Avevo 28 anni, l’età in cui un tempo si guidavano eserciti e oggi si fa fatica a decidere il colore dei cuscini. Sarei divenuto marito dopo qualche mese dal mio compleanno. E già non mi sembrava vero che avrei riempito borsoni, scatoloni, zaini e buste enormi.
Mio padre guardava quelle stanze e le chiamava “cianfrusaglie”. Libri che non avrei mai riletto, scarpe con cui non avrei mai più corso, quel computer pieno di file che sono l’equivalente digitale di una discarica abusiva. Per lui erano ingombri; per me erano pezzi di una pelle che stavo mutando a fatica.
Le avrei portate nella nuova dimora. Che poi di “nuovo” non aveva nulla in realtà. Era una casa che aveva già visto altre vite, altri fallimenti, altri sogni marcire negli angoli. Ma per i miei oggetti era uno spazio alieno. Vedere la propria tazza preferita su un ripiano sconosciuto è un’esperienza lisergica: quell’oggetto appartiene al mio passato, al mio mondo, al mio essere, ma ora è catapultato in una realtà che non lo riconosce.
Quando iniziai a percorrere il nuovo corridoio che mi avrebbe accompagnato verso le nuove stanze, iniziavo a sentire la lontananza di quelle mura che mi avevano accompagnato fin da quando avevo memoria. Avete presente quella sensazione di malessere, quel nodo allo stomaco che ti dice “Torna indietro, lì c’è la cena calda e nessuno ti chiede di pagare l’IMU”?
Ci volle un po’ prima che mi rendessi conto di ciò che era accaduto. Stavo diventando un uomo. O almeno, stavo recitando la parte con un certo successo scenografico. Finalmente, mi dissi, sono riuscito a tagliar di netto quella corda. Non chiamiamolo “cordone ombelicale”, è un termine troppo infantile e sa di ospedale. Chiamiamolo “guinzaglio esistenziale”.
Quella corda mi teneva legato a un posto che, in fin dei conti, non è mai stato mio. È la grande truffa della nascita: non si scelgono i propri genitori e, allo stesso modo, non si sceglie la casa natia. Te la ritrovi tutta intorno, come una prigione con i poster di Dragon Ball o le tendine ricamate da una zia che non ricordi nemmeno. È un set cinematografico in cui sei stato scritturato senza audizione. E uscirne non è libertà, è solo un cambio di scenografia.
Ricordi, odori, suoni, volti, lacrime e risate. Tutto resta inerme e silenzioso nei ricordi. Ma siamo onesti: i ricordi sono narratori inaffidabili. Alcuni di essi hanno lasciato segni evidenti del loro passaggio. Cicatrici.
Alcune restano in superficie. Sono quelle che mostri alle cene per fare il “vissuto”: quel ginocchio sbucciato a sei anni, quella delusione d’amore che ora fa ridere. Stanno lì a ricordarti di quanto noi umani siamo fragili. Ma le cicatrici serie, quelle vere, restano nella penombra. Sottopelle, nell’anima.
Quelle ferite non servono a ricordare quanto sei fragile tu, ma quanto gli altri siano deboli. La debolezza di chi non ha saputo amarti, la debolezza di chi ti ha costruito una casa di sabbia e ti ha convinto che fosse cemento armato. Le cicatrici interne sono la mappa di una terra di nessuno dove abbiamo combattuto guerre invisibili contro i nostri stessi fantasmi.
Tutto nasce dalla memoria. Eppure, quando ci voltiamo verso il nostro passato e puntiamo lo sguardo verso l’orizzonte ormai lontano e piccolo, dove si intravede ancora la punta del tetto di quella casa, accade qualcosa di patetico.
Quella distanza si ripercuote nel nostro animo, dandoci la sensazione che senza quel pavimento dove correvamo da piccoli siamo perduti. Senza quel letto in cui ci nascondavamo dal buio (pensando che una coperta di cotone potesse fermare i mostri, che ingenui), ci sentiamo nudi.
Non lo diciamo a parole. Sarebbe un auto-sabotaggio verso il prossimo. Se dicessi al mio vicino di casa “Mi manca il modo in cui la luce batteva sulla crepa della parete di camera mia nel 1998”, mi giudicherebbe infantile. O pazzo. Ma la verità è che siamo tutti dei feticisti di mattoni e malta. Cerchiamo in ogni nuova casa quel fantasma di sicurezza che abbiamo perso nel momento in cui abbiamo imparato a leggere una bolletta.
Vivendo fuori dal nostro ambiente d’origine, vogliamo solo convincerci che possiamo farcela. Vogliamo scrivere una storia nuova fatta di passi, solchi e cadute. Ma la verità è più amara di un caffè dimenticato sul fuoco: dovunque andremo, non saremo mai padroni di altri luoghi.
Saremo sempre nomadi. Avventurieri col mal di schiena, nostalgici col Wi-Fi a 5G. Potremo essere chiunque vogliamo, cambiare nome, stile, città, ma saremo sempre nomadi di una terra di nessuno. Dunque dovremmo tornare lì dove tutto è iniziato?
Certo che no. Sarebbe come cercare di rientrare in un vestito della prima comunione: finiresti solo per strappare le cuciture e fare una figura ridicola. Non sarebbe più la stessa cosa. Quella casa, quelle mura, sono ormai radicate nella memoria. Ma non ritroveremo quelle pareti e quelle porte da nessun’altra parte. Neanche tornando fisicamente lì. Perché la casa è rimasta la stessa, ma siamo noi ad essere cambiati per sempre. Siamo diventati degli estranei che conoscono a memoria la posizione degli interruttori.
Nell’istante in cui abbiamo diretto i nostri passi in una nuova dimora, abbiamo firmato un trattato di esilio volontario.
E proprio quella dimora, dove oggi poggiamo i piedi, potrebbe raccontarci storie di altri passi, altri pensieri e ricordi di persone che hanno varcato quel pavimento prima di noi. Chissà quanti altri si sono sentiti “nomadi” in questa stessa stanza. Quanti altri hanno cercato di lavare via l’odore del passato con una mano di pittura bianca.
Quella casa è, e rimarrà sempre, una terra di nessuno. Un porto di mare per anime in transito che si illudono di aver trovato un porto sicuro.
Buona notte, nomadi. Cercate di non inciampare negli scatoloni della vostra anima.