Restare lontano dalla propria Terra, dalle proprie origini, dai propri confini. Quando si lascia la propria confort zone non è mai un piacere assoluto.
Mi sono sempre chiesto: “come si fa a lasciare la propria casa, i luoghi d’infanzia, quegli spazi sicuri che ci hanno sempre fatto pensare a casa, per raggiungere luoghi lontani, posti sconosciuti, ambienti completamente diversi da quelli dove si è sempre vissuti?”
Sembrava non avrei mai potuto lasciare la dimora dei miei genitori, eppure è successo. Avevo 28 anni, sarei divenuto marito dopo qualche mese dal mio compleanno. E già non mi sembrava vero che avrei riempito borsoni, scatoloni, zaini e buste enormi per portar via vestiti, libri, scarpe, computer, e tutte le “cianfrusaglie” (come le chiamava mio padre) dalle stanze di quella casa. Le avrei portate nella nuova dimora. Che poi di nuovo non aveva nulla in realtà, ma per quegli oggetti sì. Oggetti appartenenti al mio passato, al mio mondo, al mio essere.
Quando iniziai a percorrere il nuovo corridoio che mi avrebbe accompagnato verso le nuove stanze, iniziavo a sentire la lontananza di quelle mura. Eppure, di lì a qualche giorno, quella sensazione di malessere era svanito. Ci volle un pò prima che mi rendessi conto, prima che prendessi coscienza di ciò che era accaduto. Stavo diventando un uomo. Finalmente, mi dissi dentro di me, sono riuscito a tagliar di netto quella corda (non mi sembra opportuno attribuire a tal concetto il termine di “cordone ombelicale”, troppo infantile) che mi teneva legato ad un posto che, in fin dei conti, non è mai stato mio. Si. Di concetto, è un pò come quando si dice “non si scelgono i propri genitori”, allo stesso modo non si sceglie la casa natia. Te la ritrovi tutta intorno, da quando sei nato, e sarà così.